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L'Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l'innovazione presenta i piani 2011

Lo scorso 25 gennaio, in un affollato incontro a Milano, Davide Giacalone ha presentato i primi risultati dell'ambizioso progetto "Italia degli Innovatori" e posto in cima alle priorità di intervento Giustizia, Sanità e Scuola

L'Italia degli Innovatori va avanti: con questo messaggio, il Presidente dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione Davide Giacalone ha intesto presentare i successi conseguiti dalle felici missioni in Cina condotte nel corso del 2010 e nel gennaio 2011, al punto di riporre importanti aspettative per il futuro, anche in vista della scadenza del prossimo Bando, prevista per il prossimo 28 febbraio (i termini di partecipazione sono pubblicati nel sito dell’Agenzia www.aginnovazione.gov.it), e di una possibile apertura ad altri Paesi emergenti quali India, Brasile, Messico.

In effetti, al momento l'Agenzia ha svolto un ruolo da mediatore, da facilitatore e da garante delle qualità, senza finanziare progetti o missioni, salvo per alcuni aspetti organizzativi e logistici. Ma questo è stato sufficiente ad aprire importanti contatti con imprenditori cinesi molto interessati a quanto gli imprenditori italiani avevano da offrire loro. Un bel risultato, con investimenti praticamente nulli!

Sarà interessante quindi proseguire su questa falsariga, considerando che il prossimo Expo Universale è proprio quello di Milano, attuale sede dell'Agenzia.

Giustizia, Scuola, Sanità

Cambiando argomento, coadiuvato da alcuni esperti delle singole aree, tra i quali Alberto Mingardi – Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni – Daniele Checchi – Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Milano, Renzo Turatto – Capo Dipartimento Innovazione del Ministero per la P.A. Giacalone ha presentato le aree sulle quali intende indirizzare le attenzioni dell'Agenzia. Cercando di evitare di disperdersi in mille rivoli che anche se presi tutti insieme non sono in grado di dar vita ad alcun fiume, in cima alla lista ha posto i settori Scuola, Sanità e Giustizia dove con pochi interventi mirati si possono ottenere ritorni di grande rilievo per la PA tutta, ma ancor di più per i cittadini.

"La spesa pubblica per l’istruzione, dalle scuole elementari alle medie superiori, è imponente." - ha affermato nel suo intervento Davide Giacalone - "I risultati non sempre confortanti: la spesa per studente non è significativamente diversa dalla media europea, ma la preparazione dei nostri ragazzi è al di sotto. In materie altamente sensibili, come le lingue o la matematica, ma, purtroppo, anche nella semplice comprensione dei testi che leggono, è assai al di sotto non solo dei risultati altrui, ma di quel che è accettabile. Il tutto (il che vale anche per la sanità e la giustizia, ed è elemento da fissare bene nella mente) con sperequazioni territoriali che indicano quanto il risultato cambi al cambiare del modo in cui la spesa pubblica viene interpretata: dove la si considera funzione di un servizio le cose vanno bene, dove la si vive come sovvenzione per chi ci lavora le cose vanno malissimo. E non potrebbe essere diversamente."

Giacalone ha quindi proseguito: "Alla spesa pubblica si deve sommare quella privata (come accade anche per sanità e giustizia), totalizzando percentuali che ci portano sopra la media europea. Ogni anno le famiglie spendono, per dotare gli studenti dei libri di testo, ben più di quel che la legge teoricamente prevede, perché ai libri obbligatori si aggiungono i consigliati (poi, ogni anno, parte puntuale la polemica su zaini il cui peso supera quello che la fanteria reggeva nel corso della prima guerra mondiale). Il tutto in un mercato protetto, che solo la scarsa fantasia lessicale induce a chiamare “mercato”. A questa spesa si deve aggiungere quella per il resto del corredo. La legge (133/2008) prevede che dal prossimo anno scolastico tutti i libri di testo siano esclusivamente in formato digitale. E’ l’occasione per diminuire la spesa complessiva e aumentare, di molto, la qualità scolastica. E’ l’occasione per offrire un mercato alla scuola e far entrare il mercato nella scuola.

Pensare al libro digitalizzato come al vecchio libro riprodotto su un lettore o su un computer, lasciando immutata la struttura della classe e della lezione, è pura follia. Servirebbe ad aumentare i costi e, probabilmente, diminuire la qualità. Così come un’amministrazione aziendale digitalizzata costa meno ed è più efficiente e veloce di un’amministrazione cartacea e da amanuensi, così anche la scuola deve vivere la stessa rivoluzione. Altrimenti siamo sulla strada sbagliata, quella che rende digitale l’arretratezza.

Tutte le scuole italiane sono già oggi connesse in rete. Una classe digitale è una classe in rete, una classe in rete è un mondo aperto, in un mondo aperto i valori sono meglio riconoscibili. Non è solo un’occasione per gli studenti, quindi, ma anche per i docenti. La bravura e l’eccellenza non restano confinati nella classe (dove pure sono assai importanti), ma trovano un più ampio pubblico. Da lì arriva il mercato. Ci sono insegnanti che siedono in cattedra per prendere lo stipendio. Licenziamoli. Ci sono insegnanti più capaci dei libri di testo che devono adottare. Premiamoli."

Davide Giacalone

Passando poi alla Salute, Giacalone ha presentanto alcuni meccanismi perversi del controllo della spesa, che portano a spiagare alcuni effetti dirompenti vissuti di recente:

"Sul finire dell’anno scorso le cronache si riempirono di bambini morti alla nascita, con le loro madri squassate da inutili sofferenze. Escluso che ci si rassegni, cerchiamo di capire cosa succede, perché e quali rimedi approntare. Sgomberiamo subito il campo dall’ipotesi che le colpe siano da addebitarsi a personale medico incapace, quando non addirittura dedito alle risse. Può capitare il medico somaro, ma è il sistema sanitario a dovere essere ripensato. Profondamente. Chiedo scusa per la contabilità macabra, ma vedrete che i numeri dicono molto.

Nelle sale operatorie italiane si muore meno che nella media europea. La qualità dei medici è superiore, come anche l’igiene.

La mortalità infantile ammonta al 3,3 per mille dei nati vivi. In Europa il risultato migliore se lo aggiudica l’Islanda (2,6), mentre in Gran Bretagna c’è la più alta probabilità che un bambino non compia mai i primi passi (5,3). Le cose vanno bene, quindi, dalle nostre parti. Ma le medie sono solo dati indicativi, la cui approssimazione risulta fastidiosa quando si tratta di vite umane, in questo caso appena venute al mondo.

Se si disaggregano i dati e si guarda dentro alle cifre emerge un panorama che da le vertigini: nel primo mese di vita muoiono, al nord, il 2,5 per mille dei bambini, ma sono il 2,9 al centro e il 4,3 al sud. Se si allunga il periodo di riferimento, arrivando ad un anno di vita, le distanze crescono: nel sud muore un bambino ogni 200, nel nord ogni 300. I dati sono chiari: se isolassimo il nord saremmo i migliori d’Europa, se isolassimo il sud ci contenderemmo il posto di peggiori.

La differenza fra nord e sud d’Italia è data non dalla preparazione dei medici, e meno che mai da differenze genetiche, ma dalla modalità di gestione della spesa e delle strutture sanitarie. I dati appena fissati ci aiutano a dire una banale verità, che è tale per ogni altro aspetto della sanità: non è affatto vero che esiste un Servizio Sanitario Nazionale, perché noi abbiamo tanti e diversi servizi sanitari regionali.

Una circolare messinese impose ai medici ospedalieri di diminuire del 20% i tagli cesarei. Scommetto che tutti pensano sia stata improvvida, se non addirittura folle. Ma prima di randellare l’estensore vale la pena considerare un dato: secondo l’Ordine Mondiale della Sanità le nascite con assistenza chirurgica dovrebbero stare nell’ordine del 15%, in Italia raggiungono il 38. Troppe.

Ma siccome il sistema è incapace sia di controllare l’effettivo bisogno del bisturi, come anche solo di stabilire un nesso fra le spese e le necessità, si affida alla statistica per guidare nel buio, sicché al reparto di cardiologia potrebbero trovarsi davanti ad una valvola da impiantare dopo che è stato superato il limite massimo previsto dalla riduzione delle spese, o in sala parto entrare una donna bisognosa di cesareo dopo che s’è esaurita la quota di quegli interventi. Prima di prendersela con i medici, allora, si tratta d’inseguire i forsennati che hanno concepito un simile sistema."

Dopo aver illustrato i mali, Giacalone è passato a formulare una potenziale diagnosi, sulla quale intende investire come Agenzia: "La malattia di cui soffre molta parte della nostra sanità consiste:

  1. Nella non separazione fra chi spende e chi controlla (le vecchie mutue funzionavano assai meglio);
  2. Nella collettiva irresponsabilità;
  3. Nell’irragionevole politicizzazione delle nomine; d. nella proliferazione del personale amministrativo; e. nel trattamento burocratico e non professionalizzante di quello medico.

Dove il treno imbocca un binario virtuoso, come in buona parte del nord, i difetti del sistema vengono corretti dalla pratica quotidiana. Dove si piazza su binari viziosi, come in gran parte del sud, i difetti vengono ingigantiti dalla malagestione pratica. In tutti e due i casi, però, è il sistema ad essere sbagliato. Affidarsi alla buona volontà e alla buona creanza è sempre un modo per rovinarsi.

Se ci dotassimo di una fitta rete di pronto soccorso, assistita da grandi ospedali adeguatamente attrezzati, assicureremmo migliore assistenza con minore spesa. Ma questo significa chiudere gli ospedali piccoli, che i pubblici amministratori difendono e dove i loro elettori crepano. Se affidassimo il controllo della spesa non ad amministratori nominati dalla politica, ma a mutue e assicurazioni, meno donne verrebbero tagliate inutilmente e meno bambini esposti a danni che, tra l’altro, costituiscono maggiori costi.

Se trattassimo i medici come professionisti, anziché burocrati della ricetta, li vedremmo ricomparire a casa quando ci servono, mentre oggi porti il bambino dal pediatra anche se ha la febbre. Se affidassimo la spesa sanitaria alla cultura e alle regole del mercato e della competizione, vincolandola ai risultati, eviteremmo di spendere soldi pubblici per finanziare cliniche e laboratori privati e apriremmo il grande mercato dell’innovazione, fornendo assistenza domiciliare ai malati cronici, con loro maggiore comodità e minore spesa collettiva.

Proviamo ad immaginare la reazione di imprenditori cui si facesse la seguente proposta: vi prendete i soldi della spesa sanitaria, garantite prestazioni non inferiori a quelle esistenti e fate diminuire la spesa del 5% in cinque anni. Farebbero i salti di gioia. Potremmo anche costringerli a dare mercato alle innovazioni tecnologiche. Anche in questo caso festeggerebbero, perché l’innovazione virtuosa comprime i costi.

In più, si creerebbe un mercato d’avanguardia nella terminalistica sanitaria, nell’integrazione fra salute e information commununication technology, nella sinergia fra strutture ospedaliere e un volontariato consapevole e non a totale carico di chi vi si dedica. Un paradiso dell’innovazione, da scambiare con un sistema, l’attuale, che produce molta salute (non lo si dimentichi mai), ma con costi e disfunzioni non sostenibili nel tempo."

Da ultimo, il discorso è approdato sulla Giustizia, che di recente è balzata alla cronaca per aver rischiato la paralisi a causa di mancati rinnovi contrattuali con i fornitori di servizi IT. Giacalone vi ha posto l'attenzione dicendo: "E’ mai possibile immaginare l’innovazione tecnologica e l’ingresso del mercato nell’amministrazione della giustizia? Alcune forme di privatizzazione della giustizia sono già abbondantemente diffuse, come, ad esempio, gli arbitrati. Ma non è su questo che attiro la vostra attenzione. Il problema è che si spende troppo per avere troppo poco.

Tra il 1999 e il 2008 sono stati spesi 1,5 miliardi di euro per digitalizzare la giustizia italiana. Nella sua relazione al Parlamento, sullo stato della giustizia nel 2011, il Ministro della Giustizia utilizza un diverso arco temporale, quello che va dal 1996 al 2007, il risultato è nn meno significativo: più di 2 miliardi spesi. Dovremmo essere in grado di processare gli scippatori di Marte, in teleconferenza, invece non sappiamo neanche se un imputato ha cambiato avvocato, nottetempo.

Prima lezione: se si mette il turbo digitale alla disfunzione organizzativa si ottiene un sistema turbodisfuso. Una volta informatizzati e messi in rete gli uffici, tutto dovrebbe funzionare alla perfezione, senza che giri più una carta. Ma non è così, perché il maxi investimento è stato spalmato nella babele di 1800 uffici, distribuiti in 3000 edifici, dotati di 60.000 computer e assistiti da 5.000 server.

Seconda lezione: se digitalizzi il caos funzionale ottieni solo caos computerizzato. Ma non è finita: perché non solo gli uffici giudiziari sono assai più di quelli che ragionevolmente servono (sicché gli altri vanno chiusi), ma molti di loro hanno colpevolmente preteso di dotarsi di propri programmi e proprie ditte d’assistenza, moltiplicando tanto i costi quanto la confusione.

Terza lezione: il magistrato deve essere autonomo nell’esercizio della sua funzione, ma l’organizzazione dell’ufficio deve essere centralizzata, razionalizzata e sottratta al gioco delle correnti, come a quello dei fornitori. Ad esempio, il sistema giudiziario non ha bisogno di pagare un’assistenza 24 ore su 24, perché se ne lavorasse 12 saremmo già felicissimi. E qui si risparmia. Occorre poi coinvolgere i privati non solo nell’assistenza, ma nel funzionamento del servizio. La gran parte del lavoro di cancelleria, come quello di notificazione, come anche per la certificazione, potrebbe essere gestito in modo più razionale e aziendale, senza alcun pericolo per la riservatezza e la sicurezza. Risultato: migliore qualità e minori costi. Anche il mondo della giustizia diventerebbe un’occasione per creare ricchezza e introdurre innovazione, anziché bruciarla nei ritardi e bloccarla sul nascere.

Non è pensabile che se spedisco un pacco in una qualsiasi parte del mondo sono costantemente aggiornato su dove si trova e quanto manca al recapito, che mi viene immediatamente notificato, e se si spedisce una comunicazione che abbia a che vedere con la giustizia parte un dissennato gioco a nascondino, di cui non so nulla fino a quando non mi ritorna una comunicazione cartacea. E sia cancellato un alibi: anche a legislazione vigente può essere fatto molto. Siamo in una strana condizione: abbiamo speso moltissimo e abbiamo una giustizia assai meno digitalizzata di quel che dovrebbe. Al tempo stesso, viviamo una singolare opportunità: potremmo risparmiare moltissimo e, per riuscirci, potremmo digitalizzare, razionalizzare, riorganizzare e sveltire la giustizia.

Per imboccare la retta via dobbiamo uscire dall’incubo contabile: non è vero che spendendo di più si ottiene di più, non è vero che per risparmiare si debba necessariamente tagliare alla cieca. La cosa comica è che a protestare sono gli stessi che si buttano sui binari se pensi di spostare il treno giudiziario da quello morto del passato all’alta velocità di cui ha bisogno una società evoluta. Il tema vero, quindi, non sono i talleri per un contratto, ma le riforme che sbaracchino una roba destinata a non funzionare."

"Concludendo," - ha affermato Giacalone - "quel che serve per dotare l’Italia di un ecosistema più favorevole agli innovatori non è più spesa pubblica, che non potremmo permetterci e che, per certi aspetti, sarebbe anche nociva, ma più propensione a cambiare quel che non funziona, piuttosto che testardaggine nel conservarne le disfunzioni. Serve guardarsi attorno e sentirsi protagonisti di un futuro migliore, piuttosto che chiudere gli occhi e cercare di far continuare il passato. Serve concepire le difficoltà come occasioni per crescere, anziché incaponirsi a non cambiare nulla, in una rabbiosa opposizione all’evoluzione della specie."

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