Menu

Sergio Marchionne e la Felicità: missione compiuta!

L'improvvisa scomparsa del leader di Fiat / Chrysler / FCA mi dà lo spunto per riflettere sui concetti di felicità e benessere nella loro interpretazione da imprenditore / Top Manager

Sergio MarchionneNon ho avuto l'opportunità di conoscere personalmente il compianto Sergio Marchionne, sul quale sono stati versati in questi giorni fiumi di inchiosto, giustamente riconoscendone la grandezza e, come spesso accade da parte delle persone appartenenti alla sinistra più bieca e invidiosa, denunciandone le scelte.

Non sta a me celebrarne le capacità, per questo bastano i numeri che ne misurano i risultati sia sul fronte degli investitori - che hanno visto decuplicato il proprio capitale, oltre all'azzeramento dei debiti di una Fiat tecnicamente fallita - sia su quello dell'occupazione, nazionale e internazionale con l'ovvia generazione di posti di lavoro derivante dal successo di un'impresa che in pochi anni si è trasformata e rilanciata a dispetto delle crisi economiche globali.

D'altronde - desidero solo ricordarlo - l'obiettivo di un imprenditore non è mai licenziare i propri collaboratori, quanto accrescerne costantemente il numero e la qualità per accompagnare lo sviluppo dell'impresa. Un concetto che è molto difficile da comprendere per chi vede nell'imprenditore il nemico e nell'impresa la vacca da mungere. Ma non è di questo che desidero trattare in questo post, quanto di due concetti che animano il nostro vivere quotidiano: la ricerca della felicità.

Differenza tra benessere e felicità

Riflettendo sui principi che dovrebbero dominare le scelte dei nostri governanti e anche quelle degli imprenditori, anni fa ho sviluppato un indice che ho chiamato BUD - Benessere Universale Distribuito - utilizzandolo come guida nell'impostazione dei piani strategici della società nel suo insieme e in relazione alle singole imprese.

La mia scelta, allora, fu correlata alla constatazione che mentre il benessere può esser considerato un fattore misurabile e omogeneo, la felicità è un fattore assolutamente soggettivo per cui la sua ricerca non può esser codificata in modo univoco. Ad esempio, mentre la salute o la sicurezza sono indici di benessere validi per chiunque, la felicità può avere riflessi molto differenti da individuo a individuo e anche per la stessa persona cambiare nel corso del tempo: la felicità per alcuni può essere avere un figlio, per altri fare carriera o conquistare il successo, per altri ancora vivere nell'ozio assoluto. Anche gli stessi parametri di misura possono essere molto diversi: per un disoccupato fare carriera può equivalere a trovare un posto di lavoro, mentre per un Top Manager l'obiettivo è arrivare al vertice delle imprese... Certamente, la ricchezza può esser considerata un fattore importante, ma anche questa è assolutamente soggettiva e funzione dei livelli dai quali si parte.

Per contro, il benessere è più facilmente oggettivizzabile, al punto che a suo tempo io ne identificai 3 parametri significativi (di tipo economico, sociale e di salute) da includere tra gli obiettivi da assegnare ai manager aziendali e da usare in sostituzione del PIL come indicatore di sviluppo dei Paesi, mentre circa un anno dopo il CNEL pubblicò un interessante studio codificando un altro parametro chiamato BES - Benessere Equo Sostenibile - basato su 12 fattori oggettivi.

La ricerca della felicità per Richard Branson, visionario imprenditore della Virgin

L'anno scorso, Richard Branson, fondatore delle imprese a marchio Virgin che spaziano dal retail alle linee aeree, tutte accumunate dall'approccio rivoluzionario con il quale hanno sconquassato i rispettivi settori dei mercati di riferimento e dal grande successo conquistato proprio grazie a questi cambiamenti, ha pubblicato una lettera nella quale illustra la sua ricetta per la ricerca della felicità. Ne stralcio qui qualche frase riassuntiva:

"Carissimo - scrive Branson nella sua lettera - la felicità non è una condizione riservata a pochi, ma è di fatto alla portata di tutti, a patto di identificarla e saperla adeguatamente sviluppare."

Va bene essere stressati, impauriti e tristi. - continua Branson - E' capitato anche a me nell'arco dei miei 66 anni di vita, avendo dovuto superare più volte grandi difficoltà e paure: ho visto finire male alcune iniziative nelle quali credevo molto, ho perso dei cari e delle persone che amavo, sono incappato in seri problemi aziendali, e ho anche avuto un attacco di cuore. Nonostante tutto, so di essere stato particolarmente fortunato e di aver avuto una vita straordinaria, per cui alcune persone sono portate a credere che tutto questo mi ha reso felicte. Ma non è così: in realtà, le cose sono andate proprio al contrario. Ho avuto successo perché sono sempre stato felice del mio stato. Alcuni ritengono che la felicità si possa trovare in ciò che si fa per raggiungerla. No, non è così: la felicità non è frutto delle proprie azioni, ma va cercata all'interno di sé stessi. Non è avere, ma essere. Certo, è importante tenere sotto controllo i propri impegni e rispondervi adeguatamente, ma prima di tutto bisogna tener nota di cosa ci rende davvero felici e perseguire questi obiettivi.

La felicità non è fare soldi o carriera, né conquistare il potere: la felicità si trova prima di tutto nelle piccole cose che ci circondano: la salute, la famiglia, gli amici. Teniamoli vicini e dedichiamo loro le nostre migliori attenzioni. Se si ha la serenità di vivere e apprezzare ogni momento della propria vita quotidiana, la felicità arriva da sé. E' vero, ci sono grandi problemi per l'umanità, le generazioni future, le imprese, ma tutte queste cose vanno affrontate con la giusta prospettiva, cercando sempre prima di tutto di essere che fare. Basta provare e ci si sentià certamente più felici. Ad esempio, io amo osservare il volo degli uccessi, guardare le stelle e sognare di vedere un giorno da vicino. Amo ascoltare le conversazioni della mia famiglia riunita per la cena, vedere il sorriso sul volto di sconosciuti, l'odore della pioggia, il risucchio di un'onda, il vento sulla sabbia, la prima neve che cade ogni stagione, le albe e i tramonti.

C'è un motivo per cui noi veniamo definiti esseri umani e non fattori umani: l'essere umano è capace di pensare, muoversi, comunicare, avere sentimanti. Siamo capaci di cooperare, di capire, di litigare, di riappacificarci, di amare. Tutto ciò ci eleva dallo stato di bestie. Non disperdiamo il nostro talento, le nostre energie inseguendo delle cose comunque di modesto valore o a situazioni che non siamo in grado di modificare. In tal modo, scomparirà lo stress e ci si sentirà molto più sereni e felici. A patto di non inseguire la felicità solo quando ci si sente giù, ma facendone una filosofia di vita".

Il denaro conta, ma meno di quanto si possa pensare...

Certo, il pensiero di Branson è condizionato dal fatto che è una delle persone più ricche della terra, ma guardando dal basso, quale dovrebbe essere la soglia economica per accedere alla felicità? Un milione di euro? Dieci milioni? Cento, un miliardo o anche di più?

Qui ci viene il grande esempio fornitoci da Marchionne pochi giorni prima della sua scomparsa: "Così come promesso, ho azzerato il debito di FCA restituendo al Governo americano il denaro che ci fu prestato per l'acquisizione di Chrysler". E' questo l'ultimo annuncio che il Top Manager di Chieti ha voluto fare al mondo, con un'espressione di felicità sul suo volto che ne nascondeva le sofferenze fisiche che certo doveva patire essendo in cura da almento un anno nella clinica di Zurigo.

Partendo da emigrante di un modesta famiglia italiana, Sergio Marchionne ha scalato un passo alla volta la piramide del successo arrivando ad accumulare, a contarli a spanne, circa 700 milioni di Euro.

Aveva 66 anni: avrebbe potuto fermarsi già tempo fa per godere della sua ricchezza, ma la sua ricerca della felicità - tipica degli imprenditori - dipendeva dal raggiungere dei traguardi, non nell'oziare su di una spiaggia caraibica circondato dai suoi cari. Al punto che, intervistato, affermava: "Dormo 4 ore per notte, trascorro più tempo in aereo che con la mia famiglia e spesso non mi faccio la barba per risparmiare i 5 minuti che vi dovrei dedicare, per non strapparli agli impegni quotidiani".

La sua soddisfazione, la sua felicità, stava nel sentirsi artefice di cambiamenti, vincitore di sfide, con il denaro interpretato come "premio al suo valore", anziché per il valore intrinseco che aveva. Un fattore che accomuna tanti imprenditori di successo che, sebbene avanti con l'età e pieni di denaro, continuano ad operare come se fossero all'inizio della propria carriera.

La felicità non sta quindi nel denaro guadagnato, ma nel sentirsi importanti, portatori di innovazione, protagonisti dei cambiamenti. Una sensazione che capisco benissimo e ho sempre vissuto io stesso, pur non avendo raggiunto i livelli di eccellenza di Sergio Marchionne, né quelli di personaggi molto più modesti di lui, ma comunque grandi nel loro piccolo.

L'elenco di personaggi di tal genere potrebbe essere molto lungo e, per non far torto a nessuno, lascio a ciascuno la possibilità di scegliere i propri campioni, ma ci sono due punti sui quali riflettere:

  • La felicità ci porta a considerare gli altri con maggior benevolenza e quindi trarne il meglio possibile, accrescendo la nostra stessa felicità.
  • La ricerca della felicità chiede una profonda revisione delle priorità con le quali operiamo: talvolta una carezza, un abbraccio valgono molto di più di una vacanza, di un gioiello, per cui diamo maggior valore alle relazioni e meno al denaro.

Top Manager come ce ne sono pochi in Italia, con vero spirito da imprenditore

L'ultima mia considerazione va alla differenza che ha contraddistinto Marchionne in tutto il suo operato, evidenziandone il ruolo di vero Top Manager, molto più vicino alla figura dell'imprenditore, come dovrebbe essere sempre, ma da noi non è quasi mai rispecchiato.

Sergio Marchionne affermava spesso di "essere solo davanti alle grandi decisioni". Esattamente come gli imprenditori che si avvalgono di consulenti e cercano consigli ma che, rischiando in proprio, sono gli unici artefici dei propri successi o fallimenti. Marchionne ha impresso forti cambiamenti alla realtà che ha trovato, assumendosi in prima persona anche dei grandi rischi, contrapponendosi a forze - politiche, sindacali, industriali - che molti non avrebbero mai avuto il coraggio di sfidare.

Top Manager perché, pur potendo trarre grandi guadagni dalle proprie decisioni, non rischiava denaro proprio, ma quello degli azionisti che gli aveno affidato il timone dell'azienda. Un'azienda che da patronale stava scomparendo, mettendo la famiglia che la controllava in una estrema debolezza decisionale e di comando. Così, avuto l'incarico per meriti conquistati sul campo, ha rivoluzionato l'intera azienda con decisioni che hanno destabilizzato situazioni di potere che si erano incancrenite nel tempo. Scelte che un Top Manager motivato e competente può prendere, con maggior determinazione dell'imprenditore molto attento alla conservazione dello status quo sul quale ha costruito il proprio passato.

Vero Top Manager in quanto ha condotto l'impresa con spitito da vero imprenditore, in netta contrapposizione ad una grande quantità di Manager al vertice di imprese italiane - anche multinazionali - nominati per relazioni e più attenti a trovare le giustificazioni per i propri insuccessi e a difendere le proprie posizioni piuttosto che a prendere dei rischi, ad andare controcorrente anche solo semplicemente seguendo il buon senso. Ovvio che, senza fare alcun nome, sto pensando alla gran parte dei Top Manager delle più grandi aziende italiane i cui vertici sono spesso nominati per meriti politici, per amicizie o nella prospettiva di scambi di favori...

Per contro, un ruolo estremamente affine ad un gran numero di imprenditori italiani che tuttavia, gestendo aziende di più modeste dimensioni, non si avvalgono di Top Manager, prendendo le decisioni critiche in proprio, ma di Manager che, indipendentemente da quanto vengono pagati, cercano di legittimare il proprio operato seguendo la via tracciata dall'imprenditore - alla cui ombra si riparano - o pensando più a conservare il proprio posto e a tutelare la propria immagine, anziché a generare valore battendo nuove strade, innovando, cambiando le regole esistenti.

Tornando al concetto di felicità, indubbiamente prendere rischi produce una quantità tale di adrenalina da far vivere in modo euforico ogni scelta, ogni momento della propria vita. Ma per produrre adrenalina occorrono tensioni, sfide, traguardi da raggiungere che quanto più sono elevati, tanto più producono felicità. E questa è la vera felicità del Top Manager, dell'imprenditore, ma anche del campione sportivo, che la trae in modo personale dai propri successi, dal raggiungimento degli obiettivi che si è dato, ancor più che dal denaro che ne ricava!

Ultima modifica ilMartedì, 07 Agosto 2018 09:29

Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Torna in alto

I cookie rendono più facile per noi fornirti i nostri servizi. Con l'utilizzo dei nostri servizi ci autorizzi a utilizzare i cookie.
Maggiori informazioni Ok