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Start Up e Social Media (30)

Dal Crowdfunding all'Equity Crowdfunding: Italia all'avanguardia

Attive una quarantina di innovative piattaforme di finanziamento per start-up e PMI sotto l'egida della Consob

Equity CrowdfundingIl termine crowdfunding, assimilabile alla nostra "colletta", si può riferire a iniziative di vario genere, spaziando dagli aiuti umanitari o di sostegno all'arte, alla ricerca scientifica, così come al lancio di società, prodotti o servizi innovativi con diverse forme motivazionali per gli investitori: dalla semplice donazione emotiva, al conseguimento di una gratifica personale più o meno consistente. Ad esempio, il primo caso di crowdfunding basato su Internet è datato 1997, quando il gruppo rock Marillion raccolse 60.000 dollari per finanziare i costi di registrazione del loro nuovo album, preordinandolo con un anno di anticipo.

La prima piattaforma fu lanciata da Michael Sullivan con il nome di Fundavlog: non ebbe successo, ma segnò la nascita del termine crowdfunding. La prevalenza delle prime iniziative di crowdfunding era orientata alla raccolta di donazioni finalizzate a determinati progetti filantropici o ideologici. Un caso significativo è rappresentato dalle donazioni ricevute da Barack Obama per finanziare la propria campagna per le elezioni presidenziali del 2008. Altri due esempi di tal genere ci sono offerti dalla campagna Tous mécènes del Louvre per la raccolta di 1 milione di euro destinati all'acquisto da un collezionista privato del capolavoro rinascimentale "Le tre grazie di Cranach" e, in Italia, la campagna per la ricostruzione della Città della Scienza, il polo scientifico di Napoli distrutto da un incendio doloso a marzo 2013. Da allora il Crowdfunding si è evoluto notevolmente, acquisendo ingenti capitali in ogni parte del mondo e nuove forme di interesse da parte degli investitori andando ben oltre le semplici donazioni.

In realtà, la pratica di fare delle collette per finanziare iniziative è connessa alla stessa storia dell'umanità, ma la sua affermazione su scala globale è stata fortemente favorita dall'apparire sulla rete Internet di varie piattaforme, prima delle quali è indubbiamente Kickstarter, lanciata nel 2009 da Parry Chen, Yancey Strickler e Charles Adler. Al di là della facilitazione di partecipazione ai progetti nei quali si crede - cosa per la quale la presentazione e la veste data dal marketing rivestono un ruolo cruciale per il successo - un significativo vantaggio è dato anche dalla possibilità di contribuire con somme anche di modesta entità, contando su contributi provenienti da grandi quantità di persone (crowd=folla).

Pur continuando ad esistere il modello basato sulle donazioni, per la raccolta di fondi a favore di iniziative senza scopo di lucro, nel tempo si sono affermati i modelli che prevedono una ricompensa in forma tangibile (tipo sconti su prodotti e servizi) o intangibile (ringraziamenti pubblici, premiazioni) o una compartecipazione economica più o meno consistente ai potenziali ritorni dell'iniziativa, sia che si tratti di un prodotto o di un progetto, ma anche di un'intera azienda. In quest'ultimo caso rientra il modello "Equity Based", che implica la partecipazione al capitale sociale dell’impresa. Un modello che in Italia sta prendendo sempre più consistenza grazie alla regolamentazione disciplinata dal Governo nel 2012 e regolamentata dalla Consob a partire dall'anno seguente. Grazie a questo, si possono sfatare due miti: di fronte a nuove idee, in Italia non mancano i capitali, ma semmai i proponenti e la capacità di trasformarle in progetti concreti; grazie alla regolamentazione e ai controlli - che tuttavia devono essere sistematici e affidabili - si può superare la diffidenza di investitori di grandi e piccole dimensioni, troppo spesso delusi da gestioni "allegre" di iniziative inconsistenti.

Così, in Italia, oggi operano una quarantina di organizzazioni, ciascuna dotata di un proprio portale, con una elevata concentrazione su Milano, ma con presenze distribuite in varie parti d'Italia. Stando al registro della Consob, consultabile OnLine, il primo portale autorizzato per Equity Crowdfunding è stato quello di STARS UP SRL società di Livorno, iscritto nell'ottobre 2013, seguito nel febbraio 2014 da ACTION CROWD SRL, di Milano e via via da ORCROWD SRL (Milano), THE ING PROJECT SRL (Brescia), NEXT EQUITY CROWDFUNDING MARCHE SRL (Civitanova Marche), MUUM LAB SRL (Lecce) fino ai più recenti CREWFUNDING SRL (Roma), iscritto nel luglio 2019 e MERIDIAN 180 SRL (Bologna), numero di iscrizione 40, arrivato lo scorso settembre. In totale, 13 piattaforme sono basate su Milano, 5 a Roma, 2 a Bergamo, 2 a Bologna, 2 a Lecce e le altre in varie città da Nord a Sud.

 La normativa italiana per l'Equity Crowdfunding

L'Equity Crowdfunding è concepito per il finanziamento di società non quotate, e in particolare per le start-up, attraverso la raccolta di capitali di rischio in cambio di una partecipazione azionaria nelle società beneficiarie dei capitali raccolti. La Consob definisce così queste operazioni: "Si parla di equity-based crowdfunding quando tramite l'investimento on-line si acquista un vero e proprio titolo di partecipazione in una società: in tal caso, la “ricompensa” per il finanziamento è rappresentata dal complesso di diritti patrimoniali e amministrativi che derivano dalla partecipazione nell'impresa."

Le richieste di finanziamento vengono quindi gesite attraverso piattaforme web che promuovono le iniziative e raccolgono i finanziamenti che possono essere anche di importi molto ridotti.

L’Equity Crowdfunding è nato legalmente negli USA all'inizio di questo decennio. In seguito ai decreti legge varati dal Governo nell'ottobre 2012, primo in Europa ad aver disciplinato l'equity-based crowdfunding, nel giugno 2013, la Consob ha emanato le norme che consentono a chi ne abbia i requisti di richiedere alla stessa Consob l'autorizzazione ad operare in tal senso e quindi gestire le piattaforme digitali di finanziamento con alcuni vincoli, tra i quali la limitazione della raccolta di fondi a favore di start-up e PMI innovative, ivi incluse le società che investono prevalentemente in questo genere di imprese, e il divieto di detenere i capitali raccolti. L’attività di gestione delle piattaforme è infatti stata assimilata ai servizi di ricezione e trasmissione ordini per cui, oltre alle banche e alle imprese di investimento già autorizzate, è stata aperta anche a nuove imprese specializzate in questo ambito e appositamente autorizzate dalla stessa Consob e iscritte nel relativo registro.

Un altro vincolo limita il ricorso al crowdfunding solo per finanziare il capitale proprio delle aziende, escludendo la possibilità di emettere titoli di debito o similari.

Con la Legge di Bilancio 2017, la quotazione tramite portali di crowdfunding è stata estesa anche alle PMI non innovative ma costituite nella forma di società per azioni (S.p.A.), mentre a partire dal Gennaio 2018 questa possibilità è stata aperta a tutte le PMI.

Accolto inizialmente con molta freddezza da parte degli operatori che non ne percepivano i vantaggi ma soprattutto l'irrigidimento delle procedure, in realtà questo regolamento ha consentito di superare il tradizionale scetticismo degli investitori nazionali e internazionali che, attratti dai potenziali rendimenti ben superiori a quelli dei titoli pubblici sempre più prossimi allo zero e confortati dalla presenza di controlli svolti da un organismo terzo e autorevole quale la Consob, hanno cominciato ad investire con maggiore fiducia in quest'ambito. Così, il settore è in costante crescita sia sul piano del numero di operatori che di capitali investiti e imprese finanziate, sebbene i numeri italiani siano ancora molto lontani da quelli registrati in altre parti del mondo.

Tutto oro ciò che luccica? No, tant'è che anche queste forme di investimento, pur avendo potenziali considerevoli, hanno dei limiti. Il primo è rappresentato dal fatto che in mancanza della possibilità di negoziare in mercati pubblici (tipo la Borsa) i titoli posseduti, disinvestire può risultare complesso e non necessariamente remunerativo. Oltretutto, trattandosi di capitali di rischio, si può incorrere anche nella perdita totale di quanto investito. Il secondo è che, normalmente, per i primi anni non si può contare su alcun dividendo, mentre la realizzazione dell'investimento difficilmente si conclude in periodi inferiori ai cinque anni. La dinamica e spesso quella tipica delle start-up: si valuta il progetto, l'entità dei finanziamenti richiesti e le prospettive di ritorno, si avvia l'impresa e si cerca di venderla non appena si cominciano a conseguire gli obiettivi perseguiti. Un arco di tempo che può andare da minimo tre anni a cinque o addirittura dieci, al termine del quale si possono incassare somme anche molto consistenti dalla vendita dell'impresa, remunerando il capitale investito con rendimenti nettamente superiori a quelli conseguibili in altre forme meno rischiose. In altri casi, il ritorno può esser dato dai dividendi che vengono distribuiti su base annua. Sempre che l'impresa abbia successo.

Teoricamente, investendo in tale forma, ci sarebbe anche un vantaggio fiscale con detrazioni a livello di detrazioni in fase di dichiarazione dei redditi, ma con l'instabilità delle normative emanate dai nostri Governi, sconsiglio fortemente di contare su questo aspetto, concentrandosi invece sulla validità dell'iniziativa imprenditoriale che si sta esaminando.

Il ruolo delle piattaforme di Crowdfunding

Alla luce di quanto appena illustrato, come orientarsi tra le varie piattaforme attive sul nostro mercato?

Innanzitutto un distinguo: i criteri di ripartizione sono diversi andando dai settori di specializzazione alle aree geografiche presidiate. Ad esempio, le piattaforme di crowdfunding italiane si indirizzano prevalentemente su iniziative di tipo nazionale (73%) o locale (14%), mentre solo il 12% di esse guardano al di là dei confini nazionali. Altri parametri sono l'entità minima o massima delle somme riservate al finanziamento delle singole iniziative, piuttosto i settori economici indirizzati. Ma questi elementi servono solo come orientamento di massima. In realtà, i criteri da seguire sono altri. Per comprenderli, consideriamo i ruoli principali delle piattaforme.

A prima vista, i compiti delle piattaforme sono due: promuovere le iniziative, gestire la raccolta dei capitali. Nel primo caso si tratta di avere una buona capacità di marketing, associata ad una elevata visibilità e alla disponibilità di efficaci canali di comunicazione, mentre nel secondo si tratta di valutarne la facilità d'uso e l'efficienza dalla quale derivano i costi delle transazioni, dato per scontato che la correttezza viene garantita dalla certificazione e dai controlli di responsabilità della Consob. Una disintermediazione finanziaria che eleva potenzialmente le percentuali di rendimento degli investimenti riducendo i costi di tutta la filiera finanziaria.

In realtà, questi due elementi sono solo l'aspetto esteriore delle piattaforme, mentre la vera qualità dipende dalla capacità di proporre iniziative con reali prospettive di sviluppo e di successo in tempi ragionevoli, dichiarati e misurabili. Il che vuol dire esser molto precisi nel definire gli obiettivi delle iniziative proposte in termini di quantità di risorse necessarie e tempi richiesti, fissando quindi le regole e le scadenze entro le quali l'operazione deve concludersi. Correttezza vuole che i capitali vengano vincolati all'atto della sottoscrizione, ma versati dagli investitori solo al compimento dell'iniziativa, senza che, in caso negativo, siano addebitati costi a chi aveva assicurato la propria adesione.

Il punto di partenza sta quindi nella capacità dei gestori delle piattaforme di selezionare progetti effettivamente validi. Validità che si misura al compimento del progetto e non in fase di raccolta dei capitali richiesti. Cosa vuol dire? Che moltre piattaforme incentrano la propria promozione sulla percentuale di raccolte di capitali andate a buon fine, indicando una elevata capacità di marketing che tuttavia nulla ha a che fare con l'effettivo rendimento delle somme versate al termine delle iniziative proposte. Un altro aspetto, analogo al precedente, misura l'entità delle somme raccolte: indice di consistenza della piattaforma, ma che dal punto di vista dell'investitore non costituisce un parametro valido per stabilire la profittabilità del capitale versato.

Due parametri validi sono invece quelli relativi all'esito delle operazioni concluse - con i rendimenti riconosciuti agli investitori - o ai sistemi di valutazione delle proposte attraverso team di consulenti specializzati nei settori di coinvolgimento o nella percentuale di progetti accolti dalla piattaforma rispetto al totale di quelli esaminati e/o sottoposti. La visibilità dei criteri seguiti nella validazione dei progetti costituisce un ulteriore elemento da considerare. Ad esempio, qual è l'entità complessiva del capitale investito e in quanta parte a questo concorrono il pubblico rispetto agli investitori privati? Qual è il business plan sottostante l'operazione in termini di scenario di mercato e competitivo, ritorni, cash flow, rischi ai quali si va in contro? Quali sono i diritti degli investitori in caso di conclusione delle operazioni prima dei termini previsti?

Da questi elementi derivano anche i costi delle operazioni di crowdfunding applicati dai gestori delle piattaforme: spesso i portali trattengono una percentuale del capitale raccolto da ogni progetto di investimento e questa percentuale varia anche notevolmente di una piattaforma all'altra. Ovvio che chi applica i costi più bassi, probabilmente limiterà i propri interventi agli aspetti di comunicazione, mentre i più cari sono connessi proprio alla valutazione intrinseca delle iniziative proposte elevando la qualità delle proprie proposizioni e quindi la probabilità di assicurare buoni ritorni agli investitori.

In un prossimo post passerò all'esame di alcune operazioni, di alcune piattaforme e alle novità che ruotano attorno a questo mondo dalle grandi prospettive, ma anche con mille insidie.

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