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L'Open Innovation nel 28% delle imprese spinta dalle start up, ma....

In crescita per il 2018 i budget ICT, ma nel 39% delle aziende la digitalizzazione viene gestita direttamente da altre unità aziendali. Brutta storia per gli innovatori!

Open Innovation in ItaliaL'Open Innovation è uno dei fenomeni del momento, ma dal mio punto di vista è soprattutto un modo molto vantaggioso per le aziende di spostare i rischi di ricerca e innovazione all'esterno dei propri confini, sfruttando cinicamente l'entusiasmo di giovani intraprendenti alle prese con le difficoltà di trovare posti di lavoro dignitosi e l'ingenuità di trovarsi schiacciati in giochi pià grandi di loro.

Per di più, dietro l'Open Innovation e il mondo delle start up è nata un'articolata filiera industriale pronta a spartirsi ogni possibile successo a fronte di investimenti risibili. Di conseguenza, ho grandi difficoltà a salutare con entusiasmo i tassi di crescita che vengono esibiti dall'intero comparto, andando ben oltre i numeri e focalizzandomi sulla realtà delle persone che li generano e il loro futuro.

Una posizione che è fortemente condizionata dal mio passato nel quale ho creato o contribuito a creare una quindicina di aziende, un paio delle quali arrivate persino ad esser quotate in Borsa, ben prima che l'etichetta "start up" fosse coniata avendo cominciato a lanciare aziende nei primi anni '80 ed essendo ancora oggi impegnato in questa attività. Ma andiamo con ordine, fotografando il passato e proiettandolo in come si è evoluto nel presente.

Ricerca, innovazione, start up nel passato

Conseguita la laurea e avendo "giocato" nel creare qualche piccola iniziativa imprenditoriale in modo "amatoriale" - compreso il mio primo libro pubblicato in self publishing - ho cominciato a lavorare in IBM su vari progetti innovativi: ho fatto delle cose indubbiamente buone, ho anche commesso degli errori, ma ho avuto la fortuna di operare all'interno di un ambiente che mi dava sicurezza e un management sul quale poter contare per migliorare le probabilità di avere successo. Un percorso lungo il quale la stessa IBM mi ha anche finanziato il Master in Business Administration che ha migliorato le mie capacità di comprensione e gestione delle dinamiche aziendali.

Uscito da IBM, sono entrato nel Gruppo Fininvest, di Silvio Berlusconi, ancora una volta con il compito di "sperimentare", di avviare iniziative, di creare imprese. Anche in questo caso ho fatto varie cose di grande successo grazie alla sicurezza di poter prendere dei rischi consapevole di essere all'interno di una struttura in grado di assorbirli agevolmente e dotata delle competenze per mitigarne al massimo le eventuali conseguenze negative. Un altro passo di crescita professionale nel quale ho maturato la consapevolezza e l'esperienza per costituire altre società nelle quali sono passato da "manager" ad "imprenditore", mentre in alcuni casi ho operato da advisor o senior manager. Ruoli che ho acquisito progressivamente in quindici anni di attività e che mi hanno accompagnato per i successivi 25 della mia carrirera professionale che tuttora svolgo.

In altre parole, le aziende per le quali ho lavorato hanno fruito dei risultati e dei successi del mio lavoro, avendo investito sulla mia crescita e sulla creazione dei progetti e delle imprese che ho guidato, guadagnandone di conseguenza, ma ripagandomi adeguatamente.

Ricerca, innovazione, start up nell'Era dell'Open Innovation

Oggi tutto questo non esiste più. In modo estremamente cinico, le aziende investono nell'Open Innovation delle modestissime somme sulle idee e sulle iniziative di giovani competenti e intraprendenti sui quali ricadono tutti i rischi dei possibili insuccessi, pronte tuttavia ad assorbirne i risultati positivi qualora si dovessero materializzare. Con tre effetti estremamente negativi per i giovani che vi si trovano coinvolti:

  1. Dalla fase di definizione e messa a punto dell'idea sino alla sua realizzazione, i giovani lavorano dando l'anima, il meglio di sé, rimanendo enormemente sottopagati, senza guida dal punto di vista manageriale - salvo rimanere invischiata nella fliliera che "fa business" proprio alle spalle dei neo-innovatori - con modestissime possibilità di generare sinergie così come di acquisire la visione necessaria a dare un solido futuro alle proprie iniziative. Nessuna impresa può infatti basarsi su di un solo prodotto, nato magari da un'intuizione, ma è necessario che si inquadri in un percorso di crescita organica, a meno di non sviluppare qualcosa destinata ad esser venduta nell'arco di 2 o 3 anni, per poi ricominciare il percorso sulla base di una nuova intuizione.
  2. Se l'iniziativa è illuminata e ben sviluppata, la gran parte del successo sarà goduta dall'investitore che sta facendo Open Innovation, capace di trarne la maggior parte dei benefici, avendo esternalizzato ogni rischio di fallimento. L'investitore sarà così in grado di scegliere e concentrarsi unicamente dove i risultati stanno dando buoni frutti, decidendo autonomamente il destino da riservare agli ideatori dell'innovazione, ovvero se assorbirli con contratti da neo-assunti o poco più, o liberarsene senza colpo ferire.
  3. Se l'iniziativa non ha successo, come purtroppo avviene nella maggior parte dei casi, i ragazzi che vi hanno lavorato si ritroveranno nella spiacevole condizione di veder delusi i propri sogni, pur avendoci lavorato con tanto entusiasmo ed energie, ma ancor peggio, di sentirsi "imprenditori" e quindi di non accettare più un inquadramento aziendale nell'ambito di organizzazioni solide e precostituite, risultando in tal modo destabilizzati nella prospettiva di una sana crescita professionale.

Dal punto di vista delle aziende, l'Open Innovation costituisce un vero affare, per cui è sorprendente constatare che ancora oggi meno solo il 38% delle imprese collabora con start up.

In compenso, dopo molti anni di tagli, nelle aziende sta finalmente riprendendo la crescita dei budget ICT - previsto in aumento di quasi il 2% nel 36% delle aziende nazionali, un valore tuttavia nettamente inferiore a quanto si rileva a livello europeo, oltre che USA - con investimenti concentrati su Big Data Analytics, dematerializzazione e digitalizzazione, con quest'ultima governata sempre più spesso direttamente dalle linee operative.

Gli interlocutori preferenziali per l'Open Innovation

Nell'Open Innovation le direttrici principali verso le quali si muovono le imprese sono le start up, i centri di ricerca, le università, i clienti e, talvolta, aziende non concorrenti. Ma nonostante l'enorme convenienze per le imprese del modello incentrato sull'Open Innovation, stando ai dati pu blicati dagl Osservatori Digital Transformation Academy e Startup Intelligence, solo il 28% delle aziende hanno già avviato progetti di Open Innovation, mentre un altro 32% è intenzionato ad avviarli a breve. Di queste, il 38% ha scelto di collaborare con delle start up.

I numeri del mercato ICT e dell'Open Innovation in Italia

Concentrando l'attenzione sui budget 2018 in ICT, a trainare gli investimenti sono le grandi imprese con una crescita media del 2,4%, contro un valore generale tra l’1,8% e l’1,9% che riguarda il 36% delle imprese italiane, mentre il 52% delle aziende non aumenterà i propri investimenti nel settore e solo il 12% di esse che continua nelle politiche dei tagli. Da registrare inoltre che nel 40% delle aziende i budget per la digitalizzazione vengono allocati in altre direzioni aziendali tra le quali spiccano il Marketing e il Business Development). Le aree di maggior interesse sono i Big Data Analytics e la Business Intelligence (43% delle aziende), seguite dalla Digitalizzazione (35%).

La gestione dell’innovazione viene stimolata investendo nelle aziende nello sviluppo di una cultura imprenditoriale in azienda con interventi in formazione (40% delle imprese), la creazione di innovation lab interni (28%), il lancio di contest e hackathon interni (14%). Un numero sempre più ridotto di aziende attivano dei team dedicati all'innovazione (36%) e solo nel 7% dei casi è stato costituito un comitato interfunzionale per l'innovazione.

Con l’Open Innovation, le aziende cercano di attivare modalità di collaborazione più agili, veloci ed economici, fruendo di competenze e flessibilità difficilmente ritrovabili all'interno delle proprie strutture. In altri termini, meno investimenti in formazione e sviluppo del personale interno, meno strutture aziendali e meno rischi di fallimento di progetti gestiti in prima persona.

Aumentano così gli investimenti in generatori di innovazione quali le start up (che passano dal 9% al 26%), le aziende non concorrenti (che salgono dal 9% al 12%), i centri di ricerca, le università e i clienti esterni (tutti in crescita del 6%). Nonostante ciò, solo il 38% delle imprese ha attualmente collaborazioni attive con start up, delle quali il 7% da più di tre anni: un numero modesto ma in crescita di otto punti rispetto allo scorso anno e che sale fino al 63% se si considerano le grandissime imprese (mentre si riduce al 21% se si guarda alle aziende di medie dimensioni). Il 23% intende avviare una collaborazione a breve, l’11% non sa se la propria azienda collabori con start up e ben il 27% non è interessato. Soltanto l’1% ha cooperato con startup in passato e ha deciso di abbandonare questa pratica.

Un forte rischio per gli start upper è essere utilizzati come fornitori più a buon mercato di quelli esistenti: nel 54% dei casi di collaborazione con start up, le imprese le utilizzano come fornitori a cui richiedere un prodotto o un servizio una tantum (54%) con solo il 37% che ha attivato delle partnership per la co-creazione di prodotti o servizi.

Ultima modifica ilMercoledì, 02 Maggio 2018 15:55

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