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Il bello della vela

Il bello della vela

Ieri mi hanno chiesto: perché sei appassionato di vela?

Bella domanda: in barca a vela si va piano - 6/7 nodi, una dozzina di chilometri all'ora - c'è sempre da fare, ci si alza presto - con il sole - talvolta non si va neppure a dormire, facendo i turni di notte - ci si abitua a risparmiare l'acqua, l'energia, gli spazi.E tutto questo a fronte di costi esorbitanti per i posti barca, le manutenzioni, il rispetto delle normative, le continue migliorie che si fanno alla barca.Già, ma allora, il bello dov'è?

A ciò che ho già scritto in un blog di un paio di anni fa, dal titolo "Manager, andate in barca a vela: fa bene al corpo e allo spirito", vorrei aggiungere un paio di altre considerazioni.La prima, la ricreazione dei giusti equilibri naturali: noi tutti - e io per primo - talvolta viviamo di supereroismo. 

Ci sentiamo Grandi nella nostra posizione, dimenticandoci però che invece siamo nulla di fronte alla natura e alla storia. E la barca ci aiuta a riposizionarsi: per grande e attrezzata che sia, quando spira il vento, si alzano le onde, il cielo si fa plumbeo e siamo lontani da qualsiasi rifugio, ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli, in balia di cose molto più grandi di noi. Così, torniamo ad essere più modesti, prudenti, capiamo cosa vuol dire avere paura, come superarla e a trovare sempre la via d'uscita per la sopravvivenza.

La seconda è il contatto con spazi immensi: l'orizzonte che si perde a vista d'occhio, il mare che si congiunge al cielo, dove qualsiasi incontro diventa un evento, specie di notte: il peschereccio, la nave di linea, il branco di pesci, qualche delfino guizzante.Che emozione l'anno scorso quando ad un centinaio di metri dalla nostra barca hanno cominciato a saltare un paio di tonni che stavano giocando tra loro. O quando, un paio di anni fa, al largo di Ventotene nella nebbia fitta il mare ha cominciato a ribollire per il passaggio di un immenso branco di pesci.

Negli spazi immensi - attraversati lentamente - si ricomincia a dar peso alle piccole cose che sembravano insignificanti o perdute. La tecnologia, la disponibilità economiche, la posizione sociale divengono un superfluo di fronte al contatto con gli eventi all'essere Uomini immersi nella natura.

E per finire, volenti o nolenti, si lavora "con le mani". La scotta da cazzare, la cima da lanciare, il winch che si ingrippa, la pompa da spurgare: in mezzo al mare, non c'è servizio Internet o 892424 ai quali rivolgersi. Bisogna cavarsela da soli. E in fretta! Usando il cervello per far andare le mani, non le dita sulla tastiera. Talvolta, fino al formarsi di qualche piaga, che è più fastidiosa che dolorosa, ma che ci ricorda che il fare è soprattutto operare, non dire, scrivere o comandare...

Così, tornati a casa, la testa è "resettata", pronta a riprendere le battaglie quotidiane che ci sembrano sempre così importanti, ma che già tra un anno avremo dimenticato e che di fronte allo scorrere della natura perdono di rilievo e significato.

Ultima modifica ilLunedì, 01 Luglio 2013 17:11

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