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Evviva il BES! Ma che non rimangano solo parole...

Evviva il BES! Ma che non rimangano solo parole...

In questi giorni, l'ISTAT, assieme al CNEL, ha pubblicato il Rapporto BES 2013, sullo stato del Benessere Equo e Sostenibile in Italia. Il BES è un nuovo indicatore, sulla falsariga del BUD che ho proposto in queste stesse pagine, come superamento del PIL e guida per strategie d'Impresa e programmi politici. Ben venga, quindi: a noi sposarne le filosofia per impostare i nuovi piani di sviluppo!

Non molto tempo fa, a commento della campagna elettorale in corso e della crisi delle economie occidentali, a partire da quella italiana, ho proposto di abbandonare i criteri strettamente economici, basati sul PIL, che hanno guidato le politiche di questi anni, non ultimo lo stesso Governo Monti che dopo aver drenato tutto il drenabile ha cominciato a parlare di crescita economica come sinonimo di sviluppo. L'idea è che ricco non è sinonimo di felice, ma mentre è pressoché impossibile definire cosa sia la felicità - essendo un concetto molto soggettivo - è molto più semplice ragionare in termini di benessere frazionandolo, come ho fatto io stesso, in tre capitoli: economico, sociale, di salute. E per ciascuno di essi individuare parametri di misurazione e percorsi (intesi come sequenze di azioni) di miglioramento. Da qui il BUD - Benessere Universale Distribuito.

Il BES di ISTAT e CNEN

In questi giorni, affrontando questo stesso tema in modo molto più approfondito, l'ISTAT ed il CNEN hanno pubblicato un interessantissimo Report sul BES, l'indicatore da loro definito proprio come superamento del PIL come indicatore di successo di una nazione, strutturandolo in 12 dominii di osservazione, ciascuno dei quali misurato con specifici parametri di misura. Questi sono:

  1. L'Ambiente: Acqua pulita, aria pura, cibo non contaminato come basi per vivere in un contesto ambientale "sano", nel rispetto del Pianeta che ci ospita;
  2. La Salute;
  3. Il Benessere economico;
  4. L'Istruzione e la formazione;
  5. Il Lavoro e la conciliazione con tempi di vita;
  6. Le Relazioni sociali;
  7. La Sicurezza;
  8. Il Benessere soggettivo;
  9. Il Paesaggio ed il Patrimonio culturale;
  10. La Ricerca e l'Innovazione, cruciali per il progresso sociale ed economico;
  11. La Qualità dei servizi;
  12. La Politica e le Istituzioni, con al centro i temi della partecipazione politica e della fiducia nelle istituzioni. 

Il Report, di 270 pagine, che fotografa la realtà italiana a fine 2012 è liberamente scaricabile da questo indirizzo http://www.istat.it/it/files/2013/03/bes_2013.pdf e ha il grandissimo merito di gettare le basi per avviarsi lungo un percorso virtuoso che a livello politico ponga al centro dell'attezione il benessere della popolazione, mentre a livello imprenditoriale si dovrebbe concentrare sull'insieme rappresentato da Clienti,Dipendenti e Azionisti, strettamente in quest'ordine e non al contrario.

Su questi due elementi mi piacerebbe dar vita ad un Movimento di Opinione, dal quale far scaturire - perché no? - anche un nuovo partito politico o addirittura uno scenario politico, e certamente un nuovo filone di dottrine di Management.

Come base di ragionamento per iniziare questi due percorsi, esaminiamo quindi per sommi capi solo alcuni dei punti presi in considerazione dai ricercatori nel Report BES 2013.

La Salute

La salute rappresenta un elemento centrale nella vita e una condizione indispensabile del benessere individuale e della prosperità delle popolazioni. Incide su tutte le dimensioni della vita dell’individuo
nelle sue diverse fasi, modificando le condizioni, i comportamenti, le relazioni sociali, le opportunità, le prospettive dei singoli e, spesso, delle loro famiglie. Via via che l’età cresce, il ruolo svolto dalla condizione di salute tende a divenire sempre più importante, fino a essere quasi esclusivo quando si diventa anziani.

In generale, la vita media continua ad aumentare, ma in tale contesto l’Italia si colloca in un segmento di eccellenza, risultando uno dei Paesi più longevi d’Europa. Di conseguenza, dovrebbe divenire un modello da esportare, senza nulla da invidiare al resto del mondo, compresi i Paesi che vantano PIL e reddito pro-capite ben più alti dei nostri.

Connesso all'aumento dell'età, crescono i decessi per demenza senile e malattie del sistema nervoso, per cui sia a livello sociale che imprenditoriale occorrerebbe darsi degli obiettivi di miglioramento in queste aree. Allo stesso modo, è necessario intervenire drasticamente per ridurre alcuni comportamenti a rischio tipo quelli alimentari che portano all’obesità, l’abitudine al fumo e l'alcolismo. Ad esempio, la vita sedentaria ed il ridotto consumo di frutta e verdura andrebbero combattuti. Nello stesso tempo, appare evidente che, a livello italiano, nel nostro Mezzogiorno, specie nelle fasce di popolazione di estrazione sociale più bassa le consizioni di salute e di benessere sono le più penalizzate in tutte le dimensioni considerate, per cui l'istruzione e l'educazione comportamentale dovrebbero contribuire a migliorare tali situazioni.

I dati indicano che nel 2011, la vita media in Italia è pari a 79,4 anni per gli uomini e a 84,5 per le donne, con valori leggermente più bassi nel Mezzogiorno (rispettivamente 78,8 e 83,9 anni), ponendoci tra i primi posti assoluti in Europa, tra uomini e donne (Figura 1).

BES 2013 - Vita Media in Europa
Negli ultimi dieci anni in Italia la vita media è aumentata di 2,4 anni per gli uomini e di 1,7 anni per le donne, con la provincia di Bolzano e la Regione Marche  a guidare il gruppo (80,5 anni per gli uomini, 85,8 anni per le donne) e la Campania in coda (77,7 anni per gli uomini e a 83 anni per le donne).

Un indicatore interessante è la speranza di vita in buona salute: nel 2010 un nuovo nato in Italia può contare su 59,2 anni di vita in buona salute se maschio, 56,4 se femmina, con uno svantaggio per i residenti nel Mezzogiorno, rispetto alla media, di 2,8 anni per i maschi e 2,3 anni per le femmine.

Un obiettivo della politica locale potrebbe esser quindi, ad esempio, elevare i propri livelli a quelli delle altre Regioni, mentre dal punto di vista nazionale si tratterebbe di omogeneizzare la situazione, ma anche di attrezzare di conseguenza i servizi sanitari preventivi e curativi. In tal senso, il rapporto rileva che le donne godono di minor "buona salute" essendo affette più frequentemente e più precocemente degli uomini da malattie non letali ma fastidiose quali l’artrite, l’artrosi, l’osteoporosi, con decorsi che possono degenerare in condizioni di totale invalidità. Questo dovrebbe avere anche dei riflessi sul tipo di attività lavorative svolgibili e sui piani pensionistici, oltre che su quelli assistenziali...
Anche in questo caso, esistono profonde differenze tra Mezzogiorno e nord d'Italia: il numero di anni in buona salute è pari a 56,4 anni per gli uomini e 54 per le donne del Mezzogiorno, rispetto a 60,8 per gli uomini e 57,7 per le donne del Nord. Dato che si riflette anche nelle età più avanzate: sia per gli uomini che per le donne, la speranza di vita senza limitazioni nelle attività quotidiane è di circa due anni più lunga al Nord rispetto al Sud d'Italia (8 e 7,3 rispettivamente per uomini e donne del Mezzogiorno, contro 10 e 9,8 per uomini e donne del Nord).

Il Report si addentra quindi nell'analisi di una serie estremamente interessante di fattori sociali che influiscono sulle condizioni di salute, analisi per la quale rimandiamo al documento originale, volendo in questa occasone porre l'attenzione sui due fattori principali comuni anche la BUD da usarsi come una delle dimensioni sulle quali darsi degli obiettivi di miglioramento:

1. Durata media della vita anche in correlazione alle cause di terminazione (per esempio mortalità sulle strade, mortalità infantile, suicidi, mortalità per alcolismo, droga, ecc.);

2. Qualità della salute nell'arco della vita, considerandone anche gli aspetti emotivi e psicologici, oltre a quelli strettamente fisiologici di tipo patologico o comportamentale (obesità, alimentazione, stili di vita, fumo, alcolismo...).

In tutto questo, il Report evidenzia che anche l'istruzione gioca un ruolo importante, tant'è che esiste una relazione inversa tra titolo di studio e probabilità di essere obeso o sovrappeso, con uno svantaggio notevole per le persone meno istruite, tra le quali la quota supera il 67% per gli uomini con più di 45 anni (rispettivamente 70,2% e 67% per gli uomini di 45-64 anni e di 65 anni e più). Il picco maggiore tra le donne si registra tra le ultra sessantacinquenni meno istruite, per le quali la percentuale raggiunge il 55,6%. Cosa che si riscontra anche nei riguardi delle abitudini al fumo, con una maggior percentuale di fumatori tra gli adulti meno istruiti, che si inverte solo tra le donne anziane: nel 2011, infatti, tra le anziane più istruite la percentuale di quelle che fumano è del 12%, mentre tra le anziane meno istruite scende al 5,4%.

Lavoro e conciliazione dei tempi di vita

Un’attività adeguatamente remunerata, ragionevolmente sicura e corrispondente alle competenze acquisite nel percorso formativo costituisce un’aspirazione universale e contribuisce in modo decisivo al benessere delle persone. Se la mancanza di una “buona occupazione” ha un impatto negativo sul livello di benessere, un impatto altrettanto negativo hanno impegni lavorativi che impediscano di conciliare tempi di lavoro e di vita familiare e sociale.

Gli indicatori segnalano un cattivo impiego delle risorse umane del Paese, soprattutto nel campo del lavoro femminile e dei giovani. Il tasso di occupazione e quello di mancata partecipazione al lavoro, già tra i più critici dell’Unione europea a 27, sono ulteriormente peggiorati negli ultimi anni a causa della crisi economica. Anche quasi tutti gli indicatori di qualità dell’occupazione peggiorano e non solo per il negativo andamento congiunturale.

Il Report fa quindi riferimento all'elevata presenza di "lavoratori a termine di lungo periodo" indicando la "condizione d’instabilità occupazionale" come un problema. Personalmente, non sono d'accordo: di fatto, tutti i lavori - e le imprese - hanno un inizio ed una fine, determinati spesso dal variare delle condizioni al contorno in un continuo processo di miglioramento ed evoluzione tecnologica e sociale. Anzi, dirò di più: i maggiori miglioramenti si ottengono proprio nel ricambio, nel mischiare esperienze e culture diverse, per cui la staticità andrebbe combattuta, non difesa ad oltranza.

Il problema non è quindi tanto l'instabilità del lavoro, quanto la carenza di opportunità di ricambio, di spinta verso l'innovazione, di capacità di assumersi rischi, di "intraprendere". E qui, avendo saltato l'intero capitolo sull'Istruzione e la Formazione, imputo alla nostra scuola - in senso lato - il voler insegnare ad esser dipendenti e non protagonisti di nuove iniziative, e alla società la mancanza di incentivazione per chi avvia nuove attività, punendone gli eventuali fallimenti, anziché riconoscerne il merito della sperimentazione: tutte le indagini sulle Start-Up di maggior successo a livello internazionale indicano nell'imprenditore seriale il vero protagonista dello sviluppo, che mediamente centra l'obiettivo al terzo o al quarto tentativo, ai quali spesso ne fa seguire altri, trasformandosi così in un vero moltiplicatore di successi, in una figura da emulare. Cosa che da noi non viene praticata, né premiata....

Tornando quindi al Report, viene drammaticamente evidenziata la crescita della percentuale di lavoratori sovra-istruiti rispetto alle attività svolte e, naturalmente, ampiamente sotto-remunerati. L’Italia risulta quindi essere il Paese europeo che, dopo la Spagna, presenta la più forte esclusione dal lavoro dei giovani, con cospicue diseguaglianze a svantaggio delle donne, dei giovani e del Mezzogiorno.

Interessante, peraltro, notare i diversi elementi che determinano la soddisfazione per uomini e donne: per i primi a prevalere è il guadagno, mentre per le seconde contano di più gli aspetti relazionali, l’orario e la distanza casa-lavoro,dovendo maggiormente conciliare i tempi di lavoro con quelli della vita personale. 

Nel 2011, su 100 persone da 20 a 64 anni residenti in Italia, solo 61 risultano occupate, 2 in meno di quanto registrato nel 2008, dopo una crescita durata oltre un decennio. La differenza tra il tasso di occupazione dell’Italia e quello dell’Unione europea, che non si era ridotta neppure negli anni della congiuntura favorevole, si è ampliata con la crisi sino a raggiungere 7,4 punti percentuali. Questa radicata arretratezza si deve soprattutto alla scarsa occupazione delle donne italiane, il cui tasso di occupazione non raggiunge il 50%, cioè 12 punti percentuali sotto la media Ue 27, e al Mezzogiorno, ove il tasso di occupazione non raggiunge il 48%, ben 21 punti meno della media europea.

In pratica, mentre il tasso di occupazione può esser considerato come una misura del benessere che può fornire il possesso di un’attività lavorativa, fonte di reddito e di autostima, quello di disoccupazione misura il malessere derivante dalla ricerca, frustrata, di una condizione desiderata per soddisfare bisogni materiali e/o aspirazioni sociali.

In Italia, però, molte persone non risultano statisticamente in ricerca attiva di lavoro (in quanto non hanno svolto un’azione di ricerca nell’ultimo mese). Questo può esser imputato alla mancanza di un sistema di welfare che stimoli la ricerca di lavoro collegandola all’indennità di disoccupazione o anche ad una resa dovuta allo scoraggiamento accumulatosi nel tempo, dopo una lunga serie di vani tentativi.

Il nostro tradizionale tasso di disoccupazione fornisce pertanto una rappresentazione solo parziale della gravità del problema. Per rilevare anche coloro quali sarebbero disponibili a lavorare ma hanno abbandonato le proprie ricerche, si ricorre al “tasso di mancata partecipazione al lavoro”, un indicatore che pone al numeratore la somma di disoccupati “ufficiali” e di persone disponibili a lavorare ma che non cercano attivamente lavoro, e al denominatore gli “esposti al rischio di disoccupazione”, cioè la popolazione  attiva più le forze di lavoro potenziali. Così, a fronte di un tasso di occupazione molto inferiore alla media Ue27, negli ultimi anni l’Italia presenta un’evidenza a prima vista paradossale: un tasso di disoccupazione inferiore di un punto percentuale a quello medio europeo. Molto più realisticamente, il tasso di mancata partecipazione al lavoro risulta superiore a quello medio europeo di circa 5 punti, perché in Italia l’area di chi cerca lavoro in modo poco attivo oppure è scoraggiato risulta molto più vasta che negli altri paesi europei. Anche questo indicatore mostra come la crisi economica abbia aggravato la condizione di esclusione dal lavoro, poiché in soli quattro anni il tasso di mancata partecipazione al lavoro è cresciuto di 3 punti percentuali, cosicché nel 2011 su 100 persone che, più o meno attivamente, cercano lavoro ben 18 non riescono a trovarlo.

BES 2013- Tasso di disoccupazione e di mancata partecipazione al lavoro per genere. Anni 2004-2011

Crescono anche le già forti differenze territoriali del tasso di mancata partecipazione al lavoro: infatti, dal 2004 al 2011 il tasso del Mezzogiorno è aumentato dal 28% al 32%, quello del Nord dall’8% al 10% e quello del Centro dal 12% al 14%.

Rispetto al genere le diseguaglianze territoriali, decisamente elevate, non aumentano: nel 2011 si va da un tasso inferiore all’8% per gli uomini nel Nord a quasi il 42% per le donne nel Mezzogiorno.

Anche la diseguaglianza per età nell’accesso al lavoro è andata crescendo e si è molto acuita con la crisi: infatti, mentre il tasso di occupazione degli adulti (35-54 anni) è rimasto sostanzialmente stabile, quello dei giovani (20-24 anni) e dei giovani adulti (25-34) è diminuito e quello degli anziani è aumentato, soprattutto per la fascia da 55 a 59 anni. Più che al crescente livello di istruzione, e quindi di qualificazione del lavoro, il forte aumento dell’occupazione degli over cinquanta-cinquenni, soprattutto donne, verosimilmente si deve ai mutamenti nel sistema pensionistico, che ha innalzato l’età di pensionamento. Per contro, la riduzione del tasso di occupazione dei giovani e dei giovani adulti, molto forte dal 2008 soprattutto per gli uomini, si deve tutta alla caduta delle assunzioni provocato dalla crisi e non a una maggiore vocazione agli studi, poiché la crescita del tasso di frequenza degli istituti superiori e dell’università si è recentemente quasi arrestata.

A peggiorar la situazione contribuisce anche la scarsa qualità del lavoro percepita dalla gran parte degli italiani in termini di stabilità, regolarità, retribuzione e coerenza con le competenze acquisite nel sistema formativo. Al di là della precarietà di molti contratti e della scarsa disponibilità di alternative, risulta che circa un lavoratore dipendente su dieci percepisce una bassa remunerazione, cioè una retribuzione oraria inferiore di due terzi al valore mediano, con ovvie conseguenze negative sulle condizioni di vita. Anche sul piano delle qualificazioni le cose risultano critiche: avere un livello di istruzione superiore a quello richiesto dalla categoria di inquadramento professionale è un fenomeno sempre più diffuso in tutti i paesi europei. In Italia, la percentuale di lavoratori laureati e diplomati sovraistruiti cresce ininterrottamente, passando da poco più del 15% nel 2004 sino a oltre il 21% nel 2010. Fenomeno che si accompagna all’alta quota di lavoratori non regolari, che sfuggono a ogni registrazione amministrativa e fiscale e sono privi di ogni tutela legislativa, contrattuale e previdenziale. Percentuale di occupati irregolari sull’occupazione totale, che si attesta su valori un po’ superiori al 10%, un livello economicamente e socialmente critico, corrispondente a oltre 2 milioni e mezzo di persone.

Fenomeno allarmante, anche sotto altri punti di vista: stando ai dati INAIL, in ogni giorno del 2010 sono avvenuti mediamente 2 incidenti mortali e circa 90 incidenti che hanno comportato un’inabilità permanente dovuti, tra le altre cose, al mancato rispetto delle norme riguardanti la sicurezza sul lavoro, con punte nei settori dove il lavoro manuale è prevalente, quali l’agricoltura e le costruzioni.

A livello territoriale le diseguaglianze nella qualità dell’occupazione si sommano a quelle nella partecipazione al lavoro: nel Mezzogiorno le opportunità di lavoro non soltanto sono poche, ma sono anche di qualità più scadente rispetto al Centro-nord. Infatti, nelle regioni meridionali si rileva una maggiore diffusione della “precarietà permanente”, minori possibilità di stabilizzazione dei rapporti di lavoro, maggiore presenza di basse remunerazioni, una percentuale di occupazione non regolare pari a due volte e mezzo quella del Nord e una più elevata incidenza di incidenti mortali sul lavoro.

In Italia c'è anche molta diseguaglianza territoriale. Le regioni che presentano valori particolarmente critici su tutti gli indicatori considerati sono la Campania, la Puglia, la Calabria e la Sicilia. Fa eccezione solo la percentuale di lavoratori sovra-istruiti, che nel Mezzogiorno è eguale a quella del Nord, mentre entrambe sono decisamente inferiori a quella del centro Italia, che si caratterizza come il mercato del lavoro ove più elevato è lo sfasamento tra livello di istruzione dei lavoratori e di qualificazione professionale dell’occupazione.

La conciliazione con le attività di cura familiare

La qualità dell’occupazione di un Paese si misura anche sulla possibilità che le donne, e in particolare quelle con figli piccoli, riescano a conciliare il lavoro retribuito con le attività di cura familiare. Guardando al rapporto tra il tasso di occupazione delle donne (da 25 a 49 anni) con figli in età prescolare e quello delle donne senza figli, pari a circa il 70%, non si nota alcuna modificazione dal 2004 al 2011: ciò significa che le donne con figli piccoli hanno una probabilità di lavorare inferiore del 30% rispetto alle donne senza figli.

Difficoltà che risulta maggiore per le donne più giovani, che è più probabile abbiano figli in età inferiore ai 3 anni, per i quali la disponibilità di asili nido pubblici è molto scarsa. è minore, viceversa, per le donne meno giovani, che è più probabile abbiano figli tra i 3 e i 5 anni, per i quali la disponibilità delle scuole materne è più ampia, almeno nelle regioni Centro-settentrionali. Invece nel Mezzogiorno, ove la disponibilità di asili e scuole materne è minore, il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare e quello delle donne senza figli è decisamente più basso (10 punti percentuali in meno). Da questa differenza si desume che l’aiuto familiare delle “nonne” nelle regioni meridionali non riesce ormai più a compensare la minore disponibilità di strutture pubbliche di cura dei bambini.

Il livello d’istruzione ha un forte impatto nella mancata partecipazione delle donne con responsabilità familiari: infatti, il gap rispetto alle donne senza figli si riduce progressivamente al crescere del titolo di studio. Ma rilevante è anche la ripartizione del lavoro familiare tra i coniugi e a tale proposito va notato come la tradizionale asimmetria dei ruoli si vada progressivamente riducendo: la percentuale del carico di lavoro familiare svolto dalla donna (25-44 anni) sul totale del carico di lavoro familiare svolto dalla coppia in cui entrambi siano occupati diminuisce dall’80% nel 1988-1989 a meno del 74% nel 2002-2003 e del 72% nel 2008-2009.
Nelle coppie con figli l’indice di asimmetria è più elevato, ma si riduce in maggior misura nel corso degli anni. La diseguale ripartizione del lavoro familiare e la mancanza di adeguati servizi possono tuttavia provocare un sovraccarico di impegni lavorativi per la donna occupata, privandola della possibilità di avere del tempo libero per la cura personale e per attività espressive e relazionali.

La soddisfazione sul lavoro per età, sesso, territorio e nazionalità

Il benessere dei lavoratori, oltre che dalle condizioni materiali “oggettive”, dipende da molti fattori, anche di carattere soggettivo. Avere un lavoro costituisce già un elemento di soddisfazione, soprattutto nei periodi di scarsità della domanda e di elevata disoccupazione e in un sistema economico che offre poche opportunità di un “buon” impiego e una bassa mobilità sociale. Infatti, nel 2009, anno di forte caduta dell’occupazione, la percezione che hanno i lavoratori della propria condizione è nel complesso positiva: usando un indice sintetico di più aspetti del lavoro, su una scala da 0 a 10 la soddisfazione per il lavoro è pari a 7,3, valore simile a quello registrato nel 2003. La valutazione è superiore a 7 per tutte le dimensioni, a eccezione del livello economico, per il quale il giudizio medio è di poco superiore alla sufficienza.

Considerando soltanto i punteggi più elevati (da 8 a 10), che esprimono un deciso livello di soddisfazione, il 47% degli occupati si ritiene molto soddisfatto del lavoro svolto. Si arriva all’87,1% considerando anche i voti 6 e 7. I lavoratori sono particolarmente soddisfatti per il contenuto del loro lavoro.

La percentuale di 8, 9 e 10 arriva al 62,9% e sale all’88,5% considerando anche 6 o 7. D’altro canto, un occupato su dieci è decisamente insoddisfatto del proprio lavoro: in particolare, un lavoratore su quattro ritiene il reddito da lavoro inferiore alle proprie aspettative e/o alle proprie esigenze, mentre la dimensione che riscuote maggiori giudizi positivi è l’interesse per il contenuto del lavoro svolto.

ISTAT BES 2013 - Livello di soddisfazione sul proprio lavoro. Scala da 0 a 10

Mentre la soddisfazione media di uomini e donne è simile, differenze di genere si riscontrano sulle singole dimensioni: gli uomini presentano una prevalenza di giudizi positivi per il guadagno, mentre le donne mostrano una maggiore soddisfazione per gli aspetti relazionali e per la possibilità di conciliare il lavoro con i tempi di vita (l’orario e la distanza casa-lavoro). Ciò potrebbe dipendere da differenti criteri di selezione iniziali nella scelta del lavoro, con una maggiore attenzione all’aspetto economico da parte della componente maschile e una verso l’avere tempo a diposizione per fronteggiare i maggiori carichi familiari da parte di quella femminile.

In relazione all’età il livello di soddisfazione tende ad aumentare, anche se non in modo rilevante: la quota dei molto soddisfatti passa dal 44% degli occupati di 15-34 anni al 52% per quelli di 55 anni e oltre. Il livello di istruzione comporta un maggiore interesse per il lavoro, che si riflette anche nel livello di soddisfazione generale, probabilmente dovuto al legame che sussiste tra il titolo di studio posseduto e il tipo di professione svolta. Vi è, difatti, una netta relazione positiva tra grado di soddisfazione e livello di qualificazione professionale: l’incidenza di coloro che esprimono punteggi elevati passa dal 55% tra chi svolge un lavoro non manuale qualificato al 32% tra chi è occupato in mansioni manuali e poco qualificate.

La stabilità del lavoro è tra gli elementi più rilevanti nel valutare soddisfacente il proprio lavoro: infatti, si riscontra una forte relazione tra instabilità giuridica e sentimento di insicurezza, almeno in un paese come l’Italia dove il sistema di protezione sociale per chi perde un lavoro è disomogeneo ed è basso l’investimento in politiche del lavoro attive e passive. Non a caso i lavoratori dipendenti a tempo determinato, e soprattutto i collaboratori (o parasubordinati), esprimono un sentimento di forte insicurezza per il proprio lavoro, ma giudizi più negativi in confronto agli occupati in altre posizioni si riscontrano anche per le altre dimensioni.

BES ISTAT 2013 - Livello di soddisfazione per alcuni aspetti del proprio lavoro. Scala da 0 a 10

I lavoratori dipendenti a tempo indeterminato risultano i più soddisfatti per la continuità e la sicurezza del lavoro (stabilità e numero di ore lavorate), mentre gli indipendenti sono più soddisfatti delle condizioni e dell’ambiente di lavoro.

Altro elemento di forte rilievo è l’orario lavorativo, che si lega sia a problemi di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, sia alla remunerazione tra chi svolge un lavoro part-time perché non ha trovato un lavoro a tempo pieno, i cosiddetti “parttime involontari”, il livello di soddisfazione è molto più basso non solo in relazione al numero di ore lavorate, ma su tutte le dimensioni.

A livello territoriale si rilevano cospicue disuguaglianze, legate alle diverse opportunità lavorative: la quota di coloro che esprimono punteggi elevati passa dal 51,5% nel Nord al 39,9% nel Mezzogiorno. Per tutte le dimensioni, e in particolar modo per l’orario e la stabilità del lavoro, le regioni meridionali mostrano risultati peggiori. Campania, Calabria e Sicilia sono le regioni dove più spesso i lavoratori si sentono insoddisfatti per la propria condizione occupazionale.

Usando un modello logistico multivariato emerge come la probabilità di essere molto soddisfatto sia doppia tra chi svolge un lavoro qualificato in confronto a chi è occupato in mansioni manuali, così come tra chi è dipendente a tempo indeterminato rispetto a un lavoratore a termine. Inoltre, evidente appare la netta distinzione tra gli occupati a orario ridotto per scelta e quelli in tale condizione per mancanza di occasioni di lavoro: i part-time volontari, infatti, presentano una probabilità di essere molto soddisfatti quasi 3 volte superiore a quella dei parttime involontari.

Conclusioni

L'esame del rapporto, in questa occasione, lo fermiamo qui, rimandando ad altra occasione la sintesi commentata di alcuni degli altri indicatori, ma traendone già le prime indicazioni: gli aspetti economici sono sempre parte del "benessere", ma non ne costituiscono l'unica dimensione.

Per avere un popolo o dei collaboratori "soddisfatti" occorre far leva su fattori che vanno ben oltre il vil denaro - che comunque, ai livelli più bassi di sopravvivenza, riveste un ruolo fondamentale - per cui qualsiasi strategia manageriale, sia essa politica o imprenditoriale, è bene li tenga in massima considerazione sia in valore assoluto, sia in relazione a processi di miglioramento. Quindi, ben venga il Report ISTAT / CNEN BES 2013 che ci fornisce dei parametri di base e degli spunti di riflessione, ma da qui in poi occorre definire nuovi piani di sviluppo da condividere e porre come priorità a livello sociale.

Ultima modifica ilDomenica, 14 Luglio 2013 09:00

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