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BUD al posto di PIL e Fatturati per una nuova strategia di sviluppo per imprese e società

Nel bel mezzo di una campagna elettorale dove si litiga su chi sta con chi e su come ripartire redditi e proprietà, da piccolo imprenditore, mi inserisco nel dibattito cercando di spostare l'attenzione su cosa fare per il bene nostro, delle nostre famiglie e delle nostre imprese.

So che non è un mio ruolo, né di avere la forza e l'autorevolezza di dar vita ad un movimento di opinione in quest'ambito, ma avendo una discreta platea sulla quale far leva e la presunzione di dichiarare le mie idee - cosa che ho sempre fatto sin da ragazzo, talvolta essendone premiato, ma anche pagando personalmente per questo - nella speranza di attivare un dibattito che ci induca a ripensare le strategie di sviluppo della nostra società, e di conseguenza delle nostre imprese, desidero condividerle in questo spazio.

Francamente, sono piuttosto disgustato dal dibattito politico attorno al quale si sta articolando l'attuale Campagna Elettorale: i due temi centrali sono ormai chi sta contro di chi (praticamente tutti contro tutti, pronti a rivedere le posizioni per opportunità "a giochi fatti") e come ripartire redditi e patrimoni esistenti tra cittadini (le "sinistre") e tra cittadini e Stato (le "destre").La ricchezza non fa la felicità, ma aiuta...

Ora, con l'aria che tira, più che di ricchezza, si tratta di ripartire la povertà, visto che da un lato si sta parlando dei debiti dello Stato, mentre dall'altro siamo pieni di imprese che chiudono e di disoccupati, specie nei settori IT e Grandi Aziende. Quindi, mi domando: perché anzichè parlare di "ripartire la povertà", nessuno si cimenta con il tema "rigenerare ricchezza", salvo poi discutere come distribuirla?

Definizione di ricchezza 

Già, ma siamo sicuri di saper definire il vero significato di "ricchezza"? Tra  vecchi detti, risuonano le parole "il denaro non dà la felicità" (che io integrerei con "ma la aiuta"), o il Vangelo con "È più facile che un cammello passi nella cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli", ma fino a quando siamo sulla terra dobbiamo fare i conti con la nostra realtà quotidiana, cercando di vivere al meglio il nostro tempo e di preparare un buon futuro per i nostri figli, così come hanno fatto i nostri avi per noi.

Bene, ma come possiamo dire che "i nostri avi hanno creato un futuro migliore per noi"?

Certo, non il PIL che misura il reddito nazionale e al massimo le sue oscillazioni. Tant'è che se dividiamo il PIL per il numero di abitanti per arrivare al reddito procapite, ci accorgiamo che questo non è un indicatore così significativo: alcuni Paesi del Nord-Europa con i più alti redditi procapite, hanno anche i più elevati tassi di suicidi, che certo non riflettono un buon livello di qualità della vita.

Proviamo ad individuarne altri? L'aumento della vita media, lo stato di salute al quale si arriva "a fine vita", il tasso di conflittualità tra individui, popoli o nazioni, giusto per citarne alcuni alternativi ai puri aspetti economici. Ne abbiamo tuttavia altri: la qualità e la facilità di viaggiare e dei mezzi di trasporto - pensiamo alle carrozze di un tempo nei confronti dei treni ad alta velocità o alle auto di oggi - la quantità di ore che lavoriamo nell'arco della nostra vita, rispetto a quando non si conoscevano né orari, né giorni di riposo... Insomma, un'infinità di parametri diversi da quelli di tipo puramente economico.

La ricchezza, come concetto, va anche di pari passo con la "felicità", dove però - come detto - non c'è correlazione diretta con il denaro: ci sono persone e interi popoli che sono felici, nonostante vertano in condizioni economiche permanentemente precarie.

Occorre quindi ridefinire il termine, pensando al concetto di Benessere, che personalmente ripartisco in tre segmenti: economico, sociale e di salute. A nulla vale, infatti, esser pieni di soldi se si è malati o si vive nel terrore di essere rapinati o anche in mezzo a persone che muoiono di fame: la tranquillità e la serenità individuale sarebbero fortemente compromesse da una condizione di tensione continua, come possiamo rilevare dalle immagini che ci arrivano dai Paesi tuttora in guerra civile come Libia, Siria o Mali.

Benessere calato nelle imprese

Ora, se il PIL di un Paese è equiparabile al "fatturato" di un'azienda, il problema si ripropone in tutta la sua forza: così come è inutile puntare ad incrementare al massimo il PIL, distruggendo persone, imprese ed il tessuto sociale nel quale si calano, l'inseguimento del fatturato - e dei profitti - perseguiti a tutti costi dalle aziende le porta all'autodistruzione, a scapito di clienti, dipendenti e, ovviamente, degli stessi azionisti.

Nell'economia imprenditoriale "sana", il fatturato ed i profitti sono frutto del differenziale tra i costi sostenuti per creare un bene o un servizio ed il valore percepito dai suoi acquirenti. Quanto più questo sarà elevato, tanto meglio per tutti: i clienti saranno più soddisfatti, i dipendenti gratificati e gli azionisti potranno godere dei frutti dei propri investimenti. Per contro, se si cerca di incrementare il fatturato usando materiali più scadenti, azzerando gli investimenti in innovazione e ricerca, vessando i clienti, in poco tempo l'azienda è destinata a scomparire, così come è successo a tutte quelle condotte con criteri finanziari anziché imprenditoriali. Un esempio di ciò su tutti? Olivetti, che dopo aver cavalcato felicemente la nascita e la crescita del mercato dei PC e dell'informatica distribuita è ingloriosamente finita nel nulla!

Occorre pertanto cambiare i parametri di valutazione, ponendo il Benessere al centro di ogni strategia di sviluppo. Abbandoniamo il PIL, o per lo meno integriamolo con il BUD (Benessere Universale Distribuito) per valutare l'andamento dei Paesi, e nel contempo a ROI (Return On Investment) e ROE (Return on Equity) affianchiamo BPC (Benessere Percepito dai Clienti), BPD (Benessere Percepito dai Dipendenti) e BPA (Benessere Percepito dagli Azionisti).

Definizione Benessere e i 12 dominii di osservazione

Nel mettere a punto queste mie idee, mi sono imbattuto su alcuni studi che mi hanno aiutato a rafforzarmi in tali convinzioni, oltre che fornirmi dei prezioni elementi di razionalizzazione, confermando che questa è l'unica strada da seguire per il futuro.

Jean-Paul Fitoussi, Amartya Sen e Joseph Stiglitz sono degli autorevoli economisti che hanno proprio messo in discussione la validità del PIL come indicatore di successo di una nazione, sottonilanando la necessità di prendere in esame altri parametri di misura della felicità, spaziando dagli aspetti sociali a quelli ambientali ed i criteri di sostenibilità di ogni iniziativa.
Sullo stesso tema, anche l'Ocse, la Commissione Europea, il Parlamento di Strasburgo e il Wwf hanno dato vita ad organismi ed iniziative. 

A fine giugno 2012, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) e l'ISTAT (l'Istituto Centrale di Statistica italiano) hanno pubblicato il volume d 165 pagine La misurazione del Benessere Equo e Sostenibile del quale suggerisco la lettura, per lo meno come spunto di riflessione. Gli autori, alla fine identificano 12 dominii di osservazione, per ciascuno dei quali suggeriscono dei parametri di misura. Questi sono:

  1. L'Ambiente: Acqua pulita, aria pura, cibo non contaminato come basi per vivere in un contesto ambientale "sano", nel rispetto del Pianeta che ci ospita;
  2. La Salute;
  3. Il Benessere economico;
  4. L'Istruzione e la formazione;
  5. Il Lavoro e la conciliazione con tempi di vita;
  6. Le Relazioni sociali;
  7. La Sicurezza;
  8. Il Benessere soggettivo;
  9. Il Paesaggio ed il Patrimonio culturale;
  10. La Ricerca e l'Innovazione, cruciali per il progresso sociale ed economico;
  11. La Qualità dei servizi;
  12. La Politica e le Istituzioni, con al centro i temi della partecipazione politica e della fiducia nelle istituzioni. 

Tutti criteri più che validi, ai quali si può arrivare per gradi, partendo con delle priorità, ma proseguendo nel tempo in un percorso continuo e senza interruzioni.

Ecco, mi piacerebbe che noi elettori potessimo valutare l'operato dei nostri politici sulla base di un programma così impostato, dopo aver stabilito dei punti di partenza e dei traguardi raggiungibili. E allo stesso modo, da manager e imprenditore mi piacerebbe che i piani di sviluppo delle aziende fossero impostati seguendo questi criteri, sui quali - ovviamente - impostare investimenti, sistemi di controllo e incentivazioni di tutto il personale.

Chimera? Almeno, proviamoci!

Ultima modifica ilSabato, 23 Maggio 2015 09:39

Commenti   

0 #1 Giulio Beltrami 2013-01-22 17:49
Berlusconi è un pifferaio, ma i suoi antagonisti sono dei pifferi.
E' allucinante come, coadiuvati dai media, si lascino abbindolare nella polemica su Tasse, Giustizia e Costituzione, quando i problemi del Paese sono nell'ordine:
1) Mafie, Cupole (es "Quella" in Lombardia) e corruzione, diffuse nel pubblico e nel privato.
2) Legislazione farraginosa e criminogena, prodotta da politici incapaci e corrotti
3) Inefficienza della PA, originata dalla cattiva selezione dei dirigenti
4) Inettitudine dell'imprendito ria privata, a crescere le produzioni di beni e servizi, in alternativa alla conservazione e parassitismo.
L'obiettivo dovrebbe essere quello di aumentare gli stipendi dei lavoratori e i ricavi delle imprese, invece di occuparsi di riduzione delle tasse (da una parte) e di ammortizzatori sociali (dall'altra).

Giulio Beltrami
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