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Non ne abbiamo il diritto!

Non ne abbiamo il diritto!

A breve susseguirsi, Assinform e Assintel hanno presentato i dati sull’andamento del mercato informatico in Italia e nel resto del mondo. Entrambe le associazioni – una facente campo a Confindustria, l’altra a Confcommercio, spartendosi così di fatto gli operatori del settore IT nazionale – si sono trovate solidali nel lanciare un grido di allarme sui risultati consuntivi del 2009 e sulle proiezioni del 2010.

Calo dell’8,1% per il 2009 sul 2008, il dato presentato da Assinform, frutto delle rilevazioni svolte come sempre da NetConsulting, -3,1% il dato proiettato per il 2010.

Riduzione del 4,5% il dato di Assintel per il rapporto tra il 2009 ed il 2008, destinato a divenire -9,8% per il 2010, stando alle valutazioni di Nextvalue, l’estensore materiale della ricerca.

Al di là delle consistenti differenze tra i valori pubblicati dalle due associazioni – NextValue nei suoi dati si spinge ancor più in là fornendo un drammatico -25,8% nel rapporto tra il primo trimestre 2010 ed il corrispondente del 2009 – l’unanimità la raggiungono nelle conclusioni: entrambe chiedono soldi al Governo, sotto forma di aiuti, finanziamenti, sgravi o, in ultima analisi, nel lancio di “grandi progetti IT” di tipo pubblico.

Le motivazioni sono in alcuni casi differenti – Assinform cerca di difendere un comparto industriale nel quale trovano posto circa 400.000 addetti, il 30% dei quali laureati, presentando anche una correlazione diretta tra investimenti in IT e produttività del sistema Paese, mentre Assintel si limita ad una difesa d’ufficio dei posti di lavoro – ma la conclusione è la stessa: Governo, dacci soldi!

Anziché puntare a mettere insieme le risorse e gli interessi degli Associati per “rilanciare il mercato”, dando vita ad iniziative e progetti coerenti con la constatazione che c’è una correlazione diretta tra produttività e investimenti in IT, si cercano denari per “sostenere le imprese e l’occupazione”!

Cosa sulla quale sono assolutamente contrario, per molti aspetti:

1. E’ vero, i soldi fanno comodo a tutti, e ancor di più lo fanno le “commesse facili”, ma questa non ritengo sia la strada maestra verso una sana politica di mercato. Anziché finanziare le imprese, dovrebbero essere finanziati i progetti, specie quelli degli utenti, con una logica di Project Financing, ovvero che l’investimento dovrà ripagarsi con i profitti che genera. Dopo di che, queste iniziative dovrebbero esser elevate a Best Practice e diffuse a tutte le altre aziende nazionali.

2. C’è una cospicua disponibilità di mezzi che lo Stato mette a disposizione in varie forme, gran parte dei quali finiscono in “fantomatiche Start-up”, dove le buone idee spesso non trovano alcun riscontro sui reali interessi del mercato. Così, nascono imprese specializzate nell’assicurarsi finanziamenti pubblici – per la ricerca o l’innovazione – senza che da queste scaturiscano mai né prodotti né servizi di successo. E anziché chieder conto dei risultati generati prima di assegnare nuovi finanziamenti, le Commissioni di valutazione si limitano a verificare la correttezza formale dei progetti sottoposti…

3. Nella lettura dei dati di mercato viene trascurato un aspetto importante: la caduta maggiore la fanno segnare gli investimenti in Hardware. Crisi? No: fenomeno strutturale e beneficio indotto proprio dall’innovazione tecnologica: consolidamento delle imprese, outsourcing e virtualizzazione portano a sfruttare molto di più i parchi macchine esistenti, riducendo così sia i costi di esercizio, sia i consumi energetici. I dati di Nextvalue relativi al primo trimestre 2010, nel riparto tra Hardware, Software e servizi, indicano infatti che il primo perde quasi il 50%, mentre gli altri due “se la cavano”. Siamo sicuri sia un male?

4. Assinform indica che il 30% degli addetti IT sono laureati: perché ritenere questa una “categoria da proteggere” e non una risorsa preziosa dalla quale aspettarci la vera spinta all’innovazione che sarebbe giusto avere? Sono più da proteggere i “laureati”, o gli operai che perdono il posto nelle fabbriche del tessile, del metalmeccanico e di tutto il manifatturiero in generale ove la concorrenza di India, Cina e Paesi emergenti è inarrestabile?

Lo scorso Novembre, Fortune ha pubblicato un Report dal titolo “40 under 40” nel quale ha raccolto una serie di giovani manager/imprenditori divenuti multimilionari grazie alle loro idee e capacità. La gran parte di essi provengono dal settore informatico: Sergey Brin e Larry Page – fondatori di Google – guidano una classifica nella quale compaiono anche Mark Zuckerberg (2^ - Facebook), Biz Stone e Evan Williams (5^ - Twitter), Jason Kilar (8^ - Hulu), Marc Andreesen (10^ - Opsware e Ning) e via dicendo. Aziende di nuova generazione, capaci di cambiare le regole del mercato, di generare valore e nuovi posti di lavoro. Perché non cercare di emulare questi “campioni”, anziché piangerci sempre addosso?

5. Nel numero di maggio Toolnews ci sono altri esempi “illuminati”: circa dieci anni fa, Rod Favaron e Phil Gilbert hanno dato vita alla Lombardi Software, investendo sul Business Process Management. Dopo 13 trimestri di crescita continua per fatturato e profitti, l’impresa è stata acquisita da IBM, facendo guadagnare ai due – e a tutti i finanziatori dell’azienda – una consistente quantità di denaro. Il risultato è stato ottenuto grazie anche al fatto che molti clienti di Lombardi Software hanno dichiarato di aver conseguito dagli investimenti in queste tecnologie ritorni del 300 e 400%. Tant’è, che sono sorte parecchie altre aziende nello stesso settore, ciascuna delle quali sta seguendo proprie strategie di sviluppo.

E in Italia? No, nessuna di esse opera in Italia, considerato un mercato molto meno interessante di Paesi quali il Belgio – grande meno della Lombardia – o le piccolissime Svezia e Norvegia.

La cosa diventa ancor più clamorosa considerando che mentre i Social Network ed il Web 2.0 hanno reso multimilionari i giovani imprenditori che li hanno creati e nel contempo alcune aziende li stanno sfruttando come veicolo per nuove attività di Business, da noi vengono ancora visti come un “pericolo”, per la sicurezza, le dispersioni di tempo che generano, le aperture che offrono.

In conclusione, smettiamo di piangerci addosso: abbiamo cervello, capacità e siamo in un comparto tutto sommato ancora messo molto meglio di tanti altri più legati alle economie del passato.

Investiamo in innovazione, creiamoci opportunità ed allochiamo le – poche – risorse delle quali disponiamo per creare valore e “fare mercato”!

Ultima modifica ilMartedì, 19 Marzo 2013 21:46

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